Nei gruppi ci sono delle
dinamiche che un conduttore efficace deve cogliere e dirigere secondo la
finalità del gruppo.
Vi si trovano i personaggi più
disparati e spesso è opportuno che di fronte ad alcune persone provocatrici, il
conduttore non ceda e non indietreggi dalle sue posizioni. Che non propenda per
le lusinghe di un accordo, non ingentilisca la situazione per renderla meno tagliente
e non ceda a patti.
Alcuni giorni fa ho partecipato a
una serata interessante, in un gruppo di discussione, in cui sono stati
trattati argomenti importanti come l’autorità, la differenziazione dei ruoli, l'oggettività.
Come spesso succede era presente una nota stonata. Una persona che come una corda
di una chitarra non riusciva ad accordarsi. Non c’è LA e diapason che tengano
in certi casi. Con alcune persone questi ausili non funzionano. In quella sede più
che concentrarmi sulle singole parole provocanti e sulla voce apparentemente
dolce e armoniosa della bella Sgarbi di turno mi sono concentrato sulle
sensazioni che la situazione mi provocava. Non so come avrei reagito se fossi
stato io il conduttore provocato. Avrei reagito con fermezza? Avrei ammorbidito
la situazione?
Dai gruppi imparo sempre.
Sono divenuto più consapevole che
il bisogno di calmare gli animi dipende da un’incapacità di gestire il
conflitto. Da una propria debolezza interna. Nel mio caso, ma forse in quello
di molti di noi, dalla necessità e dal bisogno di sentirsi accettati, di
piacere. Retaggi infantili. Intolleranze genitoriali.
Dentro di me sento spesso questo
bisogno di addolcire, di stemperare e ci sto lavorando.
Ammorbidire, è la parola magica. Non
va bene ammorbidire, addolcire per assecondare. È deleterio e crea
esclusivamente una complicità perversa, spesso subita.
Anche oggettività è una parola
magica.
L’oggettività non esiste e
proprio il parlare e pretendere un’oggettività significa aggredire l’individuo
e la persona, significa togliere significato al suo vissuto e alla sua realtà.
Quella interiore.
Con l’oggettività il matto
diviene un caso da DSM, non una persona con un preciso vissuto che ne ha
determinato una patologia.
Con l’oggettività della
psichiatria non si può dare spessore alla vita intima del paziente, ma egli
diviene un numero, un borderline, uno schizofrenico, uno psicotico, un
ossessivo, un nevrotico, identificabile attraverso i sintomi e niente più. Perde il suo nome, la sua
infanzia, i suoi genitori, la sua vita per divenire uno dei milioni di casi di
una cartella clinica uguale a tante altre.
Il concetto di oggettività serve
all’uomo per difendersi dalla paura.
Serve per classificare e quindi
proteggere dall’ignoto. Serve per inserire il mondo in una griglia di
decodifica dai binari già visti. Allora lo psichiatra quando si
trova davanti un delirante fa una bella scaletta dei sintomi, sfoglia il suo
manuale, trova la tabellina, incrocia colonne e righe e sceglie la definizione
che più compete al caso. Facendo così però azzera la storia della persona e non
entra nella sua profondità per capire cosa significa quel delirio. Il delirio diviene solo un
comportamento indesiderabile e non espressione di una sofferenza acuta che
andrebbe accolta, capita, diluita con una capacità di contenimento non comune.
È proprio la capacità di
contenimento a mio avviso lo strumento principe e anche quello più difficile da
sviluppare per chi si occupa di psicologico e che dovrebbe coinvolgere anche chi
si occupa di psichiatrico.
Questa capacità non si apprende
sui libri, ma piuttosto attraverso l’elaborazione del proprio dolore. Capacità
di contenimento, responsabilità, preparazione, addestramento, selezione degli
addetti.
Autorità, altra parola magica.
In questo periodo sento dentro di
me un notevole cambiamento nei confronti dell’autorità. Con il concetto di autorità ho
sempre avuto un rapporto travagliato. Direi insofferente.
Autorità. Una parola, mille significati, attribuiti da
mille soggetti diversi.
Uno dei motivi dei conflitti
umani è il fraintendimento sul significato semantico delle parole.
Chi più, chi meno, tutti noi
crediamo che il significato da noi attribuito a una parola sia universale. Dovrebbe essere così, perché se così
fosse ci sarebbero certamente meno guerre. Ma il significato dipende dal
vissuto e quindi, l’attribuzione di significato è soggettiva.
Allora autorità per alcuni diviene imposizione. Essi la traducono in
autoritarismo, dittatura, monarchia, un bastone in testa a ogni tentativo di
espressione libera. Per altri, che invece con l’autorità hanno avuto nel corso
della vita, soprattutto nell’infanzia, un rapporto impastato con l’affetto, l’autorità significa guida, sicurezza, giusta regola e ruolo, paternità,
maternità.
Attribuzioni di significato
negative versus attribuzioni di significato positive. Eppure la parola è la
stessa.
La ferita narcisistica in questo
c’entra molto.
Se nell’infanzia si soffre, si è
vessati e c’è poco amore, molto facilmente, e probabilmente per difesa, si ergono
dei muri di cemento armato per non soffrire più. Si diviene il centro del mondo,
impermeabili e per l’appunto, narcisisti.
Ci si crede i migliori in tutto e si proietta nel mondo le proprie frustrazioni e la propria rabbia.
Ci si crede i migliori in tutto e si proietta nel mondo le proprie frustrazioni e la propria rabbia.
In realtà, tutto ciò serve solo a
mascherare un’intima fragilità verso se stessi, ancor prima che verso il mondo.
Una fragilità di cui spesso non si è affatto consapevoli.
Il mondo da adulti non è altro
che la proiezione della famiglia d’origine, del proprio nucleo di relazioni primarie.
Almeno sino a un certo punto.
Almeno sino a quando non subentra, ovviamente non magicamente, una maggiore consapevolezza che permette di rielaborare e gestire.
Almeno sino a un certo punto.
Almeno sino a quando non subentra, ovviamente non magicamente, una maggiore consapevolezza che permette di rielaborare e gestire.
Se c’é stato affetto e autorità,
una mamma e un papà buoni e comprensivi, il mondo sarà colorato, caldo,
accogliente, e le prove che la vita inesorabilmente presenterà saranno superate
con più facilità, con maggiore serenità, competenza e maturità.
Ci sarà lo spazio per lo sviluppo di una vita armoniosa.
Ci sarà lo spazio per lo sviluppo di una vita armoniosa.
In caso contrario, in un ambiente
ostile, con una mamma ed un papà freddi, distaccati, inospitali, malati, la pancia sarà
fredda e gelida.
Il mondo diverrà un luogo algido, un cristallo magari dall’aspetto perfetto, bianco perla, forse appariscente e maestoso, che però si frantumerà sotto l’azione di una brezza leggera.
Il mondo diverrà un luogo algido, un cristallo magari dall’aspetto perfetto, bianco perla, forse appariscente e maestoso, che però si frantumerà sotto l’azione di una brezza leggera.
Forse è per questo che a Trieste
ci sono tanti matti.
Qui abbiamo la bora.
Qui abbiamo la bora.
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